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#SALVAILSUOLO: meno di una settimana per firmare la petizione che chiede all’
2017-09-07 13:09:25

Paghiamo conti sempre più salati alla colata di cemento che copre l’Italia. Oggi il sisma ad Ischia, ieri nel centro Italia e le alluvioni a Genova e in Veneto.
Intanto nelle Marche è stata approvata una legge che manda in deroga i piani paesistici e territoriali regionali

Nella nostra regione finora sono state raccolte migliaia di sottoscrizioni cartacee e online grazie agli eventi organizzati dai circoli Legambiente



L’Italia sta consumando ogni giorno il suo bene più prezioso: il suolo. Il bene ambientale da cui tutti noi dipendiamo per ricavare cibo, salute, protezione, è sotto continua minaccia a causa dello sfruttamento selvaggio. C’è tempo solo fino al 12 settembre per firmare l’appello su salvailsuolo.it e chiedere finalmente all’Europa una legge sul suolo che ci protegga da nuove catastrofi e da un futuro incerto. Si può infatti aderire anche online, compilando con i dati del proprio documento di identità il modulo di firma sul sito www.salvailsuolo.it.
A questo scopo, nel corso dell’ultimo anno, il Circolo di Falconara, il Circolo di Urbino, il Circolo di Pesaro, il Circolo Pungitopo di Ancona che ha lavorato in stretta collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche, la Sipe (Società Italiana Pedologia), la Siss (Società Italiana Scienza del Suolo) e A.C.U. Gulliver, il Circolo di Civitanova, il Circolo di Porto Sant'Elpidio, il Circolo di Fermo, il Circolo di Macerata e il Circolo di San Benedetto, al fine di sensibilizzare ed informare i cittadini sulla campagna “Salva il Suolo”, hanno organizzato numerosi eventi e raccolte firme in occasione di festival, manifestazioni e sagre lungo tutto il territorio marchigiano, nel corso dei quali sono state raccolte migliaia di firme (cartacee e online), dato ancora in corso di aggiornamento visto che la petizione si concluderà martedì prossimo.
“Nelle Marche l’emergenza suolo sembra essere ancora più forte, considerando l’approvazione della legge regionale n.25 del 2 agosto 2017, che prevede la semplificazione burocratica per accelerare la ricostruzione post sisma. Questa legge, infatti, non parla mai della necessità di frenare lo spaventoso consumo di suolo che interessa la nostra regione, e che in questo momento minaccia soprattutto le aree del cratere, e accredita l’idea che la tutela del territorio e dell’ambiente sia un freno alla ricostruzione” - dichiara Francesca Pulcini, presidente di Legambiente Marche -. “La Regione Marche, infatti, ha deciso di prendere la scorciatoia della deroga al Piano Paesistico Ambientale Regionale, ai Piani Territoriali Coordinamento provinciali e ai Piani Inquadramento Territoriali, frutto di tanti anni di maturazione della coscienza ambientale e della gestione del rischio idrogeologico, sismico e da alluvioni. Un segnale sbagliato perché i piani e gli istituti di tutela sono la base per l’obiettivo principale su cui tutti concordiamo, cioè quello di tornare ad abitare l’Appennino in sicurezza. Questa legge, tra l’altro, potrà solo parzialmente perseguire il suo obiettivo, visto che inevitabilmente gli istituti di tutela nazionali (beni culturali e ambientali, vincoli idrogeologici, norme per la salvaguardia dei parchi e delle riserve) e quelli europei (SIC, ZPS e Rete Natura 2000) rimangono inaggirabili e si ripresenteranno con tutta la loro portata alla conferenza dei servizi”.
Il contrasto del consumo e del degrado del suolo è una emergenza per l’Europa, ma è una battaglia ancor più cruciale per il nostro Paese, dove maltempo ed eventi naturali intrecciano tragicamente i loro effetti con l’abusivismo edilizio e la cementificazione selvaggia ai danni di un territorio vulnerabile. Non sarà facile mettere in sicurezza le nostre città fino a quando fare rigenerazione urbana sarà più difficile e meno vantaggioso che occupare con nuove costruzioni, abusive o meno, il suolo libero. Il sisma del centro Italia e quello più recente di Ischia, sono le tragedie più recenti ma tante altre si possono ricordare, come le alluvioni a Genova e in Veneto o le frane a Giampilieri e Sarno, tanto per fare esempi di eventi naturali divenuti disastri anche a causa di urbanizzazioni eccessive, che impermeabilizzano il terreno, occupano aree a rischio, le saturano di edificazioni spesso abusive e di qualità inadeguata.
Si firma per chiedere lo stop alla cementificazione, all’abusivismo e alla costruzione di ecomostri; per impedire che l’ennesimo evento naturale si trasformi in sciagura; per un più efficace contrasto all’avvelenamento della terra e alla nascita di discariche tossiche: in definitiva contro il degrado del suolo, una perdita ambientale con pesanti ripercussioni economiche e sociali alla scala globale, che hanno a che fare con la limitatezza della risorsa costituita dalle terre coltivate, da cui dipende anche l’origine del cibo. Evidenze spiegate da un manifesto diffuso oggi che illustra quattro buoni motivi per firmare la petizione ‘Salvailsuolo’.
A livello europeo l’iniziativa è promossa da People4Soil, rete europea di 550 ONG, istituti di ricerca, associazioni di agricoltori e gruppi ambientalisti, rete sviluppatasi per promuovere una Iniziativa dei cittadini europei (ICE) volta ad introdurre una legislazione specifica sul suolo in Europa. In Italia la raccolta firme è parte della campagna #SALVAILSUOLO, promossa da una task force di associazioni tra cui ACLI, Coldiretti, FAI, Istituto Nazionale di Urbanistica, Legambiente, LIPU, Slow Food, WWF.


L’Ufficio Stampa di Legambiente Marche
Nicolina Di Gesualdo
328.1882487
comunicazione@legambientemarche.org
...

Quattro buoni motivi per firmare l’Appello “Salva il suolo”

Per impedire la cementificazione selvaggia, l’abusivismo e la costruzione di ecomostri

Non vogliamo che la ripresa economica porti con sé una nuova corsa al cemento facile e brutto, non vogliamo vedere il nostro territorio costellato di nuove generazioni di ecomostri, abusivi e non, perché sappiamo quanto sia facile vederli spuntare e quanto invece sia difficile farli scomparire, come per fortuna è avvenuto per l’albergo di Fuenti a Vietri sul Mare, per Punta Perotti a Bari, per l’albergo dei Mondiali a Milano. Ma per ogni ecomostro demolito, centinaia sono quelli che continuano a deturpare il nostro paesaggio e a rendere la vita delle comunità peggiore e anche più precaria, come anche Ischia ci ha dolorosamente mostrato; mai più suolo perso per edificazioni eccessive, brutte, pericolose! Mai più indulgenza o connivenza con l’abusivismo! Vogliamo che l’Italia tracci la road map per la repressione e prevenzione di ogni abusivismo, che l’industria delle costruzioni sia impegnata nella messa in sicurezza e riqualificazione dell’esistente, ma sappiamo che ciò non avverrà fintanto che il suolo libero continuerà ad essere facile terreno di conquista

Per prevenire nuove catastrofi ambientali legate al dissesto del territorio

Dobbiamo impedire la cementificazione del nostro territorio, perché cementificare equivale a impermeabilizzare il suolo, cioè privare il suolo di una delle sue funzioni più preziose, quella di trattenere le acque, delle piogge come dei nubifragi, sempre più frequenti anche a causa dei cambiamenti climatici. E soprattutto dobbiamo smettere di costruire a ridosso dei corsi d’acqua. O addirittura sopra i fiumi e i torrenti, come avvenuto Milano, in cui quasi ogni anno il torrente Seveso risorge imponente dai tombini, o a Genova, città che ad ogni evento atmosferico estremo deve fare la conta di danni e, spesso, anche di vittime, come avvenuto per l’alluvione del 2011 e per quelle del 2014 e negli anni 90. E purtroppo la conta delle vittime in questa città è drammatica: sono quasi 100 le vittime di alluvioni negli ultimi cinquant’anni. Ma è assurdo prendersela con Giove Pluvio: non sono vittime del maltempo, ma vittime del cemento.
Se non sono alluvioni, sono frane: l’Italia è il Paese europeo che ne soffre di più, e le cause degli eventi più funesti anche in questo caso non sono naturali: parliamo di frane che avvengono con modalità tragiche e per nulla naturali, a causa di incuria del territorio, degrado del suolo e insediamenti sorti nei posti sbagliati, come avvenuto per Sarno nel 1998, dove le colate di fango fecero 159 vittime, a Soverato nel 2000 dove l’alluvione mieté 13 vittime, o per le 37 vittime delle frane di Giampilieri nel 2009. Solo la conoscenza dei suoli e la gestione corretta del territorio può impedire il ripetersi di eventi come questi. Per non dire dei terremoti, che a scadenze sempre più ravvicinate ci ricordano il costo in vite umane dell’edilizia di cattiva qualità qual è purtroppo quella degli anni della grande colata di cemento sul nostro Paese.

Per impedire l’avvelenamento della terra e avviarne il risanamento

In questo momento nel nostro Paese Regioni e Ministero dell’ambiente hanno censito quasi 25.000 siti da bonificare dove si sono svolte lavorazioni inquinanti o dove sono state stoccate o sversate sostanze pericolose, con contaminazioni accertate o in via di caratterizzazione, secondo il censimento dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale). Non ci sono solo la Caffaro a Brescia, la Valle del Sacco nel Lazio, Bagnoli in Campania, Porto Marghera in Veneto o uno degli altri tra i 40 siti di interesse nazionale che, da soli, rappresentano una superficie di suolo avvelenata pari a quasi 100.000 ettari. Ma in ogni regione ci sono altre migliaia di siti, anche molto estesi, il cui suolo porta con sé pesanti fardelli di veleni, frutto della storia industriale del nostro Paese, ma anche di tante attività illegali che ancora oggi si consumano, come nella Terra dei Fuochi, e non solo lì. Sono tante, troppe minacce per la nostra salute, spesso del tutto sconosciute e portate alla ribalta della cronaca da attività investigative o da ritrovamenti casuali. Il suolo è lo scrigno della vita, non uno spazio per imboscare veleni! Occorre dare maggior impulso alle attività di bonifica, che oggi riguardano solo una minoranza dei siti contaminati, perché dobbiamo poterci fidare della terra su cui camminiamo e dei frutti che ci dona.

Oltre ai tanti casi in cui la contaminazione è frutto di discariche abusive e abbandoni illegali di rifiuti tossici, il suolo è stato a lungo aggredito anche da fenomeni di inquinamento diffuso, molti ancora in corso e molti altri interrotti da molto tempo, arrivati dall’aria o trascinati dall’acqua, come nel caso dell’area Caffaro a Brescia, dove molecole pericolose e non biodegradabili, i policlorobifenili, hanno avvelenato centinaia di ettari di aree agricole, ben al di fuori dello stabilimento. Ma non è il solo caso: pensiamo a tante molecole tossiche che continuano a essere trovate nel nostro ambiente sebbene siano state da tempo messe al bando: dall’insetticida DDT prodotto in Piemonte a Pieve Vergonte alla diossina della nube tossica di Seveso, ai radionuclidi dell’incidente di Chernobyl. E come sta avvenendo ancora, in Veneto, per l’inquinamento da perfluorurati (PFAS). Il suolo conserva a lungo molti di questi inquinanti, l’unico modo per metterlo al sicuro è smettere di produrre e impiegare sostanze chimiche tossiche o persistenti.

Per impedire disastri economici e sociali globali

Il consumo e il degrado del suolo sono problemi di dimensioni globali, le Nazioni Unite stimano che sia il 30%, a livello globale, la quota di suoli agricoli persi o degradati: in un mondo sovrappopolato, non possiamo davvero permetterci di lasciar deperire il suolo. Anche l’Europa ha sue grosse responsabilità: infatti i suoli coltivati in Europa, ridottisi a causa del consumo di suolo e dell’abbandono, e minacciati dal degrado, non sono sufficienti a soddisfare la domanda di materie prime richieste dall’agroindustria, l’Europa ha fame di terre coltivate in altre parti del mondo. E per farlo non si limita ad importare prodotti, ma le grandi compagnie europee arrivano ad acquisire terre, spogliando le popolazioni locali, in accordo con governi spesso corrotti, dei loro tradizionali diritti. Ciò avviene ad esempio in Africa Subsahariana, dove sono molti milioni gli ettari di terre acquisiti da compagnie estere per trasformarle in coltivazioni intensive per il mercato europeo. Ma attenzione: perché milioni di piccoli contadini e loro familiari, a cui il ‘landgrabbing’ ha sottratto la terra da cui dipendevano, sono altrettanti migranti ‘economici’, che cercano rifugio altrove, magari in quella stessa Europa la cui agroindustria ha tolto la terra da sotto i loro piedi. Oggi i Paesi europei dicono di non volere ingressi di migranti economici: ma se si scava nella vita di queste persone e delle loro famiglie, si potrebbe scoprire che all’origine del loro migrare c’è una precisa responsabilità di compagnie europee. Fermiamo il degrado del suolo agricolo in Europa, per non doverlo contendere a Paesi che ne hanno altrettanto bisogno di noi.